INTERVISTA a cura di Olivia Spatola e Manuela Valentini

INTERVISTA a cura di Olivia Spatola e Manuela Valentini
Maggio 13, 2022 veronica

INTERVISTA A VERONICA MONTANINO A cura di Olivia Spatola e Manuela Valentini in occasione della mostra MESHWORK

 

Prima di entrare nella parte descrittiva della mostra, vorrei porti una domanda forse un po’ “scomoda”, ma a mio parere utile per chiarire un aspetto in particolare della tua ricerca. Nel corso della tua carriera hai dipinto pressoché su “tutto”: persone, mobili, scuolabus e facciate di palazzi, sconfinando sia in senso spaziale, sia in senso disciplinare. Infatti, nel corso di questi anni hai sperimentato le tecniche più varie, come per esempio il collage, l’assemblage, la scultura e la pittura, per l’appunto. Questi sconfinamenti possono essere letti come qualcosa che attiene più al campo della decorazione, la quale però non è vista di buon occhio dagli “addetti ai lavori”. Cosa rispondi a questi ultimi?

Io penso sia una problematica riguardante in modo particolare il nostro paese; dunque, proverei a comprendere il carattere locale di questa forma di pregiudizio. È un tema su cui ho molto riflettuto e la risposta che mi sono data è che esiste una questione linguistica e storica: il vocabolo “decorazione” in Italia è legato ad una storia enorme: Michelangelo, Raffaello e tutti gli altri grandi artisti del passato si sono misurati da una parte con questa pratica di diffusione dell’immagine nello spazio, dall’altra con l’uso smisurato della dimensione seduttiva del colore e dell’ornamento. Con la modernità si è poi determinata una cesura di natura estetica – ma anche etica – rispetto a quel mondo antico, per cui la sobrietà, la pulizia, la riduzione, fino all’essenzialità, hanno preso il posto di tutta quella ricchezza visiva che aveva caratterizzato il mondo precedente. Oggi, però, ci siamo lasciati alle spalle anche gli ideali della modernità e viviamo, evidentemente, il fiorire di nuove forme fluide di esuberanza ed eclettismo espressivo nell’era dell’ipervisività. L’arte è tornata ad essere ambientale, pervasiva ed onnicomprensiva, anche di nuovi elementi proliferanti e ornamentali. La parola “decorazione” ci risulta inutilizzabile, certo, ma se la sostituiamo con sconfinamento, illimite, contaminazione, ibridazione, fusione di diverse categorie di oggetti, discipline, registri visivi e linguaggi, queste parole – che sono tutte legate a concetti chiave e portanti della decorazione – funzionano. Sono parole che ci dicono tantissimo della contemporaneità e del nostro presente. Allora mi chiedo: è la parola decorazione che è “sbagliata”? Io credo che il vocabolario sia essenziale, perché quando non centriamo le parole, anche il pensiero per definire qualcosa diventa problematico. Forse è la dicitura ad essere “vecchia”, ma il suo contenuto è quanto mai attuale. La questione è interessante e dovrebbe essere oggetto di ampi dibattiti, in quanto genera non pochi fraintendimenti, anche e soprattutto nei luoghi di formazione rispetto a questa disciplina che probabilmente andrebbe rinominata proprio come “arte ambientale”.

Hai già avuto modo di visitare la Biennale?

Una domanda molto pertinente rispetto al tema di cui abbiamo appena parlato, ti spiego perché. Ancora non ho avuto modo di visitare la Biennale, ma ho in programma di visitarla a breve. Tuttavia, mi sono documentata parecchio in proposito e mi è sembrato di notare un certo ritorno ai concetti cardine della decorazione: ornamento, esplosione del colore, artigianalità e uso di materiali extra-pittorici come i tessuti, per esempio. Però personalmente nutro delle perplessità sull’operazione di legare insieme femminile, tribale (etnico/primitivo) e decorativo, come invece propone la Alemani alla guida di questa edizione. Così facendo, tali dimensioni si connotano come forme dell’alterità. È chiaro che si vuol ribaltare il rapporto di subalternità e che si vuole porre al centro ciò che è sempre stato periferico. Tutto ciò coincide con le tendenze del mercato internazionale, caratterizzato da una sempre più forte ascesa degli artisti africani. Detto questo, da una parte sono felicissima del meritato riconoscimento, ma dall’altra sento che il rischio dell’accorpamento di tali specifiche categorie è quello di tenere in piedi ancora una volta la vecchia dicotomia e la logica binaria che, al contrario, si dice di voler superare. Secondo me questa vecchia dicotomia potrebbe essere superata soltanto ammettendo che il decorativo – così come il femminile ed il primitivo – sono trasversali a tutta l’arte.

Ecco quindi spiegato l’iperdecorativo e l’ossessione delle stoffe nella pittura rinascimentale italiana, nonché il primitivo nelle moderne avanguardie francesi. Nelle opere degli artisti, la femminilizzazione dello spazio ed il guardare alla natura esiste da sempre e a tutte le latitudini. In un’intervista fatta da Carla Lonzi, Fontana afferma senza tanti problemi che l’aspetto decorativo è intrinseco all’opera ed è legato al piacere dell’occhio.

Addentriamoci nel vivo della tua personale allestita negli spazi di Zefyro – Silaw Tax & Legal. Sopra all’ampio tavolo che normalmente viene usato per le riunioni dai professionisti dello studio, hai realizzato due opere che fanno parte della stessa serie intitolata Colture: Tavolo scientifico e Mappe-mondi. Di fatto, la superficie del mobile si presenta satura di vasi di vetro, volumi dell’Enciclopedia e oggetti che rimandano al mondo vegetale e che sembrano pronti per essere analizzati come in un laboratorio scientifico. Quale messaggio intendi veicolare in questo modo?

Il senso dell’installazione site specific è come se mi fosse stato suggerito dal palazzo stesso. Ereditiamo dalla storia – di cui il palazzo è una sopravvivenza – il settecentesco secolo dei lumi, un sistema classificatorio di conoscenza e relativa sistematizzazione di questo sapere, concepito come universale dall’Enciclopedia. Le due installazioni che ho pensato per questo tavolo (in cui la parola “cultura” diventa “coltura”), trattano per l’appunto il tema della classificazione, da me restituita sia tramite una serie di oggetti incapsulati in contenitori trasparenti, sia tramite pagine e volumi dell’Enciclopedia Treccani che comprendono elementi in dialogo con le altre opere in mostra. Così facendo, ho voluto essere provocatoria nei confronti di un sistema classificatorio che, con il passare del tempo, si è rivelato capace di fornire soltanto conoscenze parziali. Con la mia ricerca tento piuttosto di evidenziare l’impossibilità di classificazione del reale. Dalla fisica alla botanica, sono molti gli scienziati che ci dicono che la realtà è costituita da sistemi complessi di relazioni e che conoscere le singole parti, al di fuori di questa interconnessione, è solo un’illusione. I miei sono oggetti palesemente inclassificabili per via del modo in cui li manipolo, fingo soltanto di ordinarli. Innanzitutto, perché sono ibridi, e poi perché insceno una suddivisione attraverso le capsule di vetro; in verità questi oggetti sono tutti collegati gli uni agli altri e, a guardarli bene, si scopre che sono concepiti come un unico organismo metamorfico. Il punto è che si fondano su un inganno visivo: natura o cultura? La trasformazione dei volumi dell’Enciclopedia vuole essere una riflessione sul fatto che il processo di conoscenza non è legato all’accumulo di nozioni, ma alla capacità di esplorare ed elaborare una propria visione che include l’immaginazione. Dal mio punto di vista tale processo è alimentato sia da un tipo di sensibilità “mobile”, sia da un movimento soggettivo e trasformativo della mente legato alle immagini.

Se non erro, il tema del rapporto natura/artificio è alla base anche di un’altra serie di opere esposte a Bologna. Parliamo di Habitat, delle teche con all’interno una collezione di oggetti da esplorare e interamente dipinti di verde. Puoi raccontarci qualcosa di più in merito?

Si tratta di una serie di lavori in cui ricreo il concetto di Wunderkammer, le “camere delle meraviglie” in cui i collezionisti erano soliti conservare oggetti “straordinari” raccolti a seguito di scoperte geografiche (XVI – XVII sec.). Anche quella che propongo io è un’esplorazione nei meandri della fantasia, soprattutto di chi guarda, il quale è costretto ad orientarsi nell’ambiguità che propongo tra naturale e artificiale. Sono contenitori di una natura “artificializzata”: rami, bacche, cortecce, radiche, funghi e coralli che sembrano finti sono mescolati ad artefatti che, attraverso rimandi e relazioni formali, appaiono come parte di una struttura naturale in cui tutto è filtrato da una dimensione cromatica verde che crea una visione unica. Sono forme di mimetismo che interrogano la mente insieme agli occhi, forzando la rigidità di un pensiero binario che, quando procede per coppie dicotomiche e oppositive, rimane molto limitato.

Oltre al Tavolo scientifico e a Mappe-Mondi, in mostra vi sono anche delle opere site-specific riconducibili ad una serie intitolata Escursioni. Queste installazioni inedite si sovrappongono alle pareti di una sala di Zefyro – Silaw Tax & Legal mettendo in risalto il motivo ornamentale che le caratterizza. Cosa ti ha spinto a confrontarti con il preesistente? O comunque qual è in generale il tuo approccio con l’antico?

Il mio lavoro si nutre della fusione con lo spazio e quando quest’ultimo condensa in sé la storia, progettare gli interventi per me diventa un’esperienza straordinaria. È successo in passato alla Casa dell’Architettura nell’Ex Aquario Romano e al Casino Nobile di Villa Torlonia a Roma, ma prima ancora con lo storico Palazzo dei Capitani del Popolo ad Ascoli Piceno e recentemente nel Castello medievale di Montalbano Elicona in Sicilia. Ci sono due modi di approcciare l’antico: o si pensa come un museo e si considera intoccabile, o si pensa come parte del nostro presente, visto che lo abitiamo, e si considera come qualcosa con cui è essenziale e vitale interagire. L’antico per me non può che essere vivo, perché siamo noi che ci stiamo dentro, siamo noi ad essere vivi; in questo modo si genera, quindi, una possibilità di convivenza, nonché un rapporto di contaminazione reciproca. Nella serie Escursioni ho tentato di inglobare l’ornamento delle pareti all’interno di un supporto trasparente dipinto, privo di barriere, non solo perimetrali ma anche di fondo: infatti, la superficie del quadro, attraverso la trasparenza, diventa la parete stessa con la sua trama ornamentale, a cui si addizionano altri tipi di trame: animali, piante, apparati radicali e tessuti nervosi. Ornamento e mondo vegetale sono sempre stati collegati per un motivo molto semplice: perché l’ornamento si poggia sulla pelle di luoghi e oggetti e si sviluppa per propagazione reticolare, sistemica, modulare. Cioè esattamente le caratteristiche della vita vegetale che consiste in strutture riproduttive che si espandono per divisione e moltiplicazione.

Inutile dire che la protagonista di questa mostra è la natura, declinata in varie accezioni e interpretazioni. Tuttavia, avrei piacere di soffermarmi adesso sull’aspetto più attuale che la riguarda e che ci riguarda. Cosa ne pensi dell’emergenza climatica che stiamo vivendo?

Credo che la questione dell’emergenza climatica sia legata ad una mancata comprensione, generata da una cecità. Mi ha colpito molto scoprire che c’è un fenomeno che gli scienziati chiamano Plant blindness, un’espressione utilizzata dalla fine degli anni ’90 per indicare l’impossibilità di vedere le piante, la quale comporta a sua volta l’incapacità di riconoscere il ruolo che queste giocano nella nostra sopravvivenza. I biologi affermano che abbiamo compreso pochissimo di questa realtà che costituisce il 99% della biomassa sulla terra da cui dipendiamo. Indubbiamente dobbiamo constatare, con dolore, che la distruttività fa parte dell’essere umano, basta guardare la guerra in corso. Gli umani hanno delle capacità costruttive straordinarie e altrettanto straordinarie sono quelle distruttive. Ma la distruzione nei confronti della natura a me sembra un altro tema perché il suo carattere è sistematico, continuativo, ininterrotto e apparentemente impossibile da interrompere. Quello che non si vede è l’interdipendenza, la connessione, la rete, appunto, e l’impossibilità di spezzare questa rete, di recidere questi legami da cui dipende la nostra stessa esistenza. In questo si manifesta la cecità: nel non comprendere che la natura non è un bene patrimoniale, ma è qualcosa di cui siamo parte integrante. Non è qualcosa di oggettivabile fuori di noi. Il problema è cognitivo ed è quello di contemplare una realtà che smentisce il principio di non contraddizione che, da Aristotele in poi, sembra non averci ancora abbandonato. Gli esseri umani sono differenti dalle altre specie, questo è innegabile, ed è palese che non possiamo stare al mondo senza cercare costantemente questa separazione dal resto della natura attraverso l’artificio. Ma siamo al tempo stesso anche indissolubilmente legati ad essa. Non credo affatto che la questione si risolva con un’ecologia protettiva, che vede certamente la natura come un oggetto da tutelare, ma sempre come oggetto di cui disporre. La vera sfida, invece, è acquisire un altro paradigma per il superamento della crisi irreversibile dell’antropocentrismo, come sentiamo d’altronde da tutte le parti. Per compiere questo salto del pensiero, un concetto chiave è rappresentato dal concetto di reticolarità – da cui il titolo della mostra, Meshwork – non solo da un punto di vista biologico, ma anche dal punto di vista di tutte le altre discipline, dalla fisica alla sociologia.

 

Mostra promossa da Zefyro – Silaw Tax & Legal

In collaborazione con Studio d’Arte Campaiola

Dal 13 al 15 maggio 2022

presso Palazzo Hercolani

via Santo Stefano, 30

40125 Bologna

@ Zefyro – Silaw Tax & Legal