- Valerie Solanas in SCUM, manifesto del 1967, affermava che “a male artist is a contradiction in therms”. Può commentare questa asserzione in riferimento alla condizione dell’artista-donna in Italia ed all’eventuale specificità d’un punto di vista esclusivamente muliebre?
Penso vadano distinti due piani. In Italia gli artisti sono tragicamente deboli perché è debole il mercato e l’intero sistema culturale ed economico che si dimostra non in grado di sostenere, alimentare e promuovere l’arte contemporanea italiana. In questa situazione le artiste donne soffrono come tutti e forse di più. Sappiamo che la struttura sociale stessa, conservatrice in Italia, penalizza le donne in ogni ambito lavorativo e l’unica possibilità per una donna artista è quella di avere intorno persone che, a partire dalla propria famiglia, la appoggino e, di concerto, ne favoriscano le condizioni. Mi riferisco anzitutto alla necessità di essere liberate dal modello classico della relazione, che prevede la cura, l’abnegazione ecc. e che non lascia spazio e tempo sufficienti per un lavoro impegnativo e, direi, quasi fagocitante, come il nostro.
Tutt’altra questione è commentare la celebre frase da te citata. Certamente legare l’arte al maschile è una contraddizione in termini, ma vale solo se non si parla di genere sessuale, cioè se si parla di maschile e non di maschi. L’arte, come è ovvio, non ha genere, ma il principio della creatività è evidentemente femminile, perché femminile è la facoltà di generare e lo è il processo che precede la nascita. Il filosofo Emanuele Coccia descrive la difficoltà di parlare della nascita che, nella nostra cultura, è un grande tabù come è evidente dal fatto che c’è un un’enorme numero di rappresentazioni – dalla filosofia alla letteratura al cinema – che hanno come soggetto la morte, ma così non è sul tema della nascita. La ragione, ci spiega con grande chiarezza e lucidità il filosofo, è che “veniamo da una civiltà costruita da maschi per maschi, ovvero da corpi incapaci di far nascere e, quindi, ossessionati dalla morte”. La molteplicità e la pluralità delle forme, che si tratti di natura o di artificio, ha a che fare con la vita, con la nascita, con la metamorfosi…dunque con il femminile. La maggior parte degli artisti (perlomeno quelli che dal mio punto di vista possono essere definiti profondamente tali) incarnano il femminile.
- La pelle dell’artista, reazione e resistenza, la materia tra apparire sensibile e intelligenza manuale, lo spazio, estetica ed esistenza. La ricerca si può dichiarare conclusa o ravvede tratti da approfondire?
E’ una ricerca così complessa che forse siamo appena agli inizi, per come la vedo io. Per svolgerla è necessario un cambio di paradigma, una svolta del pensiero, e alcuni studiosi e scienziati, come il filosofo di cui sopra, stanno andando proprio in quella direzione mi pare. La chiave è il superamento della logica binaria che mette da una parte l’estetica dall’altra l’esistenza: l’arte e la vita, lo “spirito” e la materia, la mente e il corpo. La cultura della scissione che considera la pelle un fatto di superficie (e dichiara la superficie decorativa e inessenziale per definizione) mentre la profondità, la sostanza, il contenuto si troverebbero altrove. “Intelligenza manuale”, che hai ripreso nella tua domanda, è una bellissima espressione utilizzata da Anna Maria Panzera, compagna della ricerca sulla eventualità femminile dell’arte, che ha dato luogo ad incontri, convegni e alla fine anche un libro, coinvolgendo una settantina tra artiste e studiose. Sembra un paradosso, ma le mani possono essere concepite come intelligenti se si smette di pensare in termini dualistici e si supera l’idea che l’intelligenza sia quella logico matematica. L’arte è lo stimolo a concepire un’altra forma di intelligenza.
- Quali sono gli elementi peculiari della sua espressione artistica rispetto al “femminile” rappresentato esplicitamente o velato?
L’aspetto femminile del mio lavoro credo risieda nella proliferazione e nell’andamento germogliante. In scena è proprio quella forza generativa, inarrestabile, che scaturisce dalla trasformazione degli elementi che si moltiplicano con andamento potenzialmente infinito. Nel mio lavoro il femminile è non cercare un centro e avviluppare oggetti, pareti, soffitti o pavimenti mediante un processo germinativo che non contempla gerarchie, non misura e non calcola, ma abita istintivamente lo spazio. Uno spazio che accoglie e contempla l’altro e che non esiste per essere contemplato. Non è prevista la sacralità, e anche questo credo si possa definire un tratto femminile.
Inoltre c’è la questione della seduzione: i colori e le forme sinuose con la loro sensualità, che mirano a coinvolgere la mente colpendo la sensibilità del corpo.
- L’arte non è fatta esclusivamente da artiste ma anche da collezioniste, critiche, curatrici. Esiste una rete di raccordo delle specifiche professionalità, un connubio tra i paradigmi teorici e le pratiche dell’arte?
Si tratta di una rete, come tutti i sistemi vitali. Una struttura reticolare che deve lavorare insieme e in modo possibilmente non verticistico, ma più orizzontale in un’ottica di cooperazione delle parti. Se ognuno fa il suo, le cose possono funzionare. Farcela da soli è impossibile nel mondo dell’arte, la riuscita di un artista è un’impresa e come tale deve essere sposata da molte e diverse competenze, energie, risorse. Quello intorno all’artista e alla sua arte si chiama sistema, appunto, che di per sé non è una brutta parola, anzi. Il problema sorge quando questo sistema si identifica con il modello competitivo, agonistico e antagonista che è quello maschile e allora tutto diventa più asfittico e meno vitale. Non voglio idealizzare le donne che riescono, quando assumono questo modello, ad essere persino più feroci degli uomini, però a me è capitato, ad esempio nella mia ultima mostra presso i Musei di Villa Torlonia, di lavorare con straordinaria sintonia e sinergia con un team quasi tutto al femminile, dalla curatrice alla direttrice del museo alle critiche e autrici dei testi in catalogo.
- “Resistenza”, “rivolta”, “rivoluzione”, “cura”, “responsabilità” sono parole ricorrenti durante i convegni, le esposizioni, le mostre. Anche l’arte è vittima della coercizione, spesso istituzionalizzata, del patriarcato?
Certamente sì. E’ una lotta all’ultimo sangue quella tra l’artista e la società intorno a lui e il motivo è semplice: l’artista sconferma la normalità. Quello che mostra è che esiste un altro modo di essere al mondo e di pensare che non si cura dei valori e dei dettami che tutti devono ubbidientemente osservare. Che tipo di rapporto può fare la politica con l’arte, se non cercare di strumentalizzarla e metterla al suo servizio? Il tentativo di coercizzarla è l’unico rapporto possibile probabilmente, e il più coercizzante è proprio quello più istituzionale. Ho sentito una volta Kosuth ad una conferenza che diceva che l’artista rischia la morte quando viene istituzionalizzato, ed è ovvio che sia così.
Anche dargli un enorme valore economico, come avviene per alcune star, significa proclamarli idoli contemporanei, divinizzarli e fare della loro arte una nuova forma di religione. L’arte è potente e si presta ad essere utilizzata come strumento di potere da tutte le forme del patriarcato. Questo non significa che la libertà degli artisti venga neutralizzata, credo anzi che continui a debordare nonostante tutte le gabbie, più o meno dorate, che le vengono costruite intorno.
link all’intervista sul sito di Orizzonti culturali italo-romeni