Sottrazioni strategiche
Gloria Gradassi
testo in catalogo
Concettuale ed iper-decorativo, il lavoro di Veronica Montanino si estende tra queste due differenti polarità attestando di appartenere alla sfera dei linguaggi la cui natura si posiziona, indipendentemente da percorsi obbligati, nell’area dello sconfinamento e del superamento di ogni ortodossia. Già la Transavanguardia, e il suo teorico, avevano scavalcato con lucidità e disinvoltura il meccanismo ripetitivo e dottrinale delle avanguardie, negando con determinazione al linguaggio artistico la prospettiva di un’evoluzione coerente e derivante dalle premesse del primo Novecento. E’ stato un atto di liberazione, un’apparente regressione all’individualità - percepita allora come elemento debole - che ha invece creato le premesse, ponendo la possibilità di un’evoluzione discontinua, del linguaggio contemporaneo, fatto di slittamenti, cortocircuiti, impegno sociale, individualità, citazioni, manierismi…..incursioni libere che sono alla base dei meccanismi su cui si fondano i percorsi artistici dell’era globalizzzata. Aperto ’93 fu una conferma di tutto questo, un’apertura reale in ogni direzione, linguistica e geografica. Veronica Montanino appartiene alla generazione post anni Novanta ed ha, come i suoi contemporanei, un approccio libero alle problematiche linguistiche, una facilità di accesso, confronto e manipolazione, che le deriva anche dall’internazionalizzazione dei fenomeni artistici e dalla conseguente possibilità di un contatto a 360° con i linguaggi e le culture. Da questa miscellanea, che evoca l’idea di un nuovo “brodo primordiale”, emergono sempre diverse combinazioni d’identità: Montanino avvicina Oriente e Occidente, logos razionale e formalismo fluido, riportando tutto in una sfera giocosa e neo-pop. Ciò che era assoluto acquisisce un’altra esistenza, cambia natura; i poli opposti si attraggono, e convivono armoniosamente nella fluttuante esplosione di immagini e colori con cui l’artista invade lo spazio.
I suoi assoluti sono il colore, che vive isolato da ogni ulteriore determinazione, incarnazione universale della vita, e gioiosa icona neo-pop; le forme della realtà, che alimentano la visione di un’umanità quotidiana, minima, essenziale - un’immagine molto filosofica dell’essere umano, quasi un platonico ed iper-contemporaneo mondo delle idee - ; infine la fluidità, che è assenza di peso, leggerezza, trasparenza, onda, e soprattutto mancanza di dimensioni spaziali definite. Sono questi gli elementi del suo linguaggio, i nodi concettuali che Montanino indaga lucidamente attraverso successive mentali sottrazioni, fino a che la dimensione cognitiva e quella estetica si sovrappongono perfettamente. Il meccanismo operativo è squisitamente concettuale ed orientato ad una determinazione essenziale e minimale; ma tale componente, originata da uno sguardo lucido e rigoroso, si evolve e cambia natura, incorporando le procedure dell’interazione: fusione, scardinamento delle regole, combinazione, strategie estetiche che alimentano una visione debordante e organizzata, strutturata con rigore, eppure sempre aperta ed invadente.
Ordine, controllo, progettualità, sono come materia di mutazioni successive per cui ciò che prima viene individuato, separato e sezionato, poi si tramuta in una realtà nuova, plausibile ed aliena, che Montanino traduce in apparizione concreta con le psichedeliche pitture su plexiglass, le aggregazioni digitali di bolle cromatiche, le fluttuanti installazioni parietali, e le installazioni site-specific.
Non conta la dimensione dell’intervento; dal piccolo e ricercato frammento visivo, alle composizioni di dischi sospesi, o nei luoghi reali su cui si adagia come una lingua flessibile, il lavoro di Montanino si snoda letteralmente come un’invasione che conferisce natura impalpabile allo spazio concreto: privo di dimensione misurabile, galleggiante, amniotico, è estensione illimitata, sia esso un centimetro quadrato di plexiglass o una loggetta rinascimentale.
E’ come se la realtà fosse sciolta dai suoi ancoraggi, privata di ogni logica di inquadramento, di ogni ordinamento strutturale; le cose perdono la loro misurabilità, le proporzioni non sono assoggettate a nessuna scala, ogni forma vive del suo esclusivo peso visivo, mentale e poetico.
Le immagini del mondo, alleggerite in forme elementari, scivolano in uno spazio dilatabile, deformabile, essenzialmente fluido, virtuale in quanto estraneo ad ogni limite posto dalla concretezza. Questo spostamento verso l’immaterialità, che ha carattere invasivo, è il modo in cui Montanino affronta spazi reali. I suoi lavori site-specific infatti, immettono nel quotidiano una prospettiva anomala, differenti rapporti tra le cose. Nel notevole intervento nel chiostro rinascimentale di Palazzo dei Capitani, ad Ascoli Piceno, l’artista dialoga con lo spazio in primo luogo opponendosi cromaticamente alla biancheggiante struttura in travertino che appare così ancora più chiara. Ma il rapporto non si caratterizza solo attraverso l’opposizione tra non-colore/colore, poiché una delle caratteristiche di questo lavoro, come di molti altri, è, da un lato, separare, ma contemporaneamente anche fondere; l’intervento si stacca dal contesto attraverso il suo peso cromatico, ma al tempo stesso vi si insinua, con vitalità scorrevole, percorrendo e forando la compostezza elegante di uno spazio chiuso su se stesso, con la trasversalità fluida di uno spazio non misurabile. Il punto di maggiore avvicinamento e confronto tra la storia e l’intervento contemporaneo, è nella sovrapposizione tra il modulo rinascimentale, di derivazione brunelleschiana - espresso nell’andamento continuo delle arcate su tre ordini - e l’esplosione pointilliste che, attraverso il dinamismo insito nel meccanismo processuale, seguendo il ritmo infinito e regolare delle arcate, è come se riportasse la storia alla contemporaneità; si apre così una comparazione diretta tra lo spazio misurabile, proprio della visione rinascimentale, e lo spazio come estensione variabile, proprio della contemporaneità, il cui condensato ed espressione simbolica Montanino identifica con l’elemento sferoidale, aggregato in molteplici combinazioni, e nuovo modulo contemporaneo.
Ogni peso appare smaterializzato; le proporzioni perfette ed ideali del chiostro sono deformate dalla gigantesca sagoma umana della figura nera fluttuante che attraversa con il suo corpo più ordini, contribuendo ulteriormente a sganciare la struttura architettonica dalla griglia costruttiva che la tiene ben salda a terra. L’effetto è di gioiosa sospensione e galleggiamento, dimensione che diviene reale nelle sfere tridimensionali, sospese a differenti profondità nel cuore del chiostro, trasformato così in emittente di energia vitale.
Anche nelle installazioni parietali Montanino mescola il racconto corale delle figure, anonime ed essenziali, al colore, lasciando scivolare tutto in composizioni fluttuanti. Non ci sono un ordine o delle regole che inquadrano le apparizioni delle immagini; hanno proporzioni diverse e sono combinate in un racconto spezzato, frutto di libere associazioni che rappresentano un’umanità astratta e generica, e per questo più assoluta e vicina a chi osserva. Le figure compiono gesti minimi, privi di accentuazioni enfatiche, possiedono una loro singolare epica, sono un condensato di umanità, rilasciata in una sorta di campionamento, per ombre, della vita contemporanea: sagome semplici, in bianco o nero, nettamente ritagliate.
Ma se tutto fluttua, nulla si confonde: Montanino usa le strategie contemporanee del linguaggio per non irrigidire il suo lavoro in alcuna ortodossia; organizza con chiarezza la riduzione di ogni elemento alla sua essenza, isolandolo per sottrazione, riproducendolo poi all’infinito in un fluire debordante, organizzato ed iper-decorativo.
E’ molto interessante osservare come si possano avvicinare categorie in apparenza così distanti, sottrarre, isolare, dare ordine, e, dall’altra parte, reiterare, riprodurre all’infinito, in un eccesso visivo che non diventa caos. Credo che questo atteggiamento appartenga, più di ogni altra modalità del linguaggio, all’essenza del contemporaneo. E’ una sorta di strategia di convivenza con gli eccessi della produzione, dell’informazione, con gli squilibri tra la realtà e la sua rappresentazione, con l’invasivo uso delle immagini, che privano di senso ogni forma, sia essa parola o altro.
Il linguaggio recepisce da un lato la necessità di individuare: dividere, comprendere, trovare significati; dall’altro, propone immagini che vanno oltre l’icona solitaria, da sola ormai impotente nei confronti della ripetizione e massificazione produttiva.
Lavorare su queste logiche, in arte, appartiene a quella sfera che, svincolata dall’impegno politico e sociale, formula una declinazione estetizzante del linguaggio; elabora strutture formali autonome dai contenuti, producendo così mondi che non sono fughe dalla realtà, ma rappresentazioni alternative di essa.
Tra i meccanismi d’individuazione certamente la netta separazione tra colore e non-colore, tra fluidità e condensazione, tra materia e spiritualità incarnano il nucleo della visione di Montanino.
Queste sottrazioni liberano l’essenza, scoprendo l’aspetto ultimo degli elementi della visione.
Nelle aggregazioni su plexiglass lo spazio è andamento libero e multidirezionale, e su questo evolversi atmosferico vagano, con matissiana levità, colore e figura. Due mondi distinti che entrano in relazione attraverso la gestualità delle sagome umane che, a volte, sembrano giocare col mondo altro del colore; oppure, estraniate dalla presenza cromatica, la sottolineano nella distanza: da un lato le figure e dall’altro il fluire abbagliante delle bolle smaltate, che appaiono, nel loro cromatismo luminoso, capsule di bellezza. Questo anomalo pointillisme è ambivalente, poiché è ridondanza iper-decorativa che al tempo stesso assume dimensione concettuale, isolando il colore come essenza assoluta e distinguibile dalle cose.
Nelle sue riflessioni Montanino osserva, come quest’ultimo sia legato, in natura, alle funzioni vitali ed alla sopravvivenza. Mentre nell’uomo è assente, poiché la sua caratteristica dominante è il pensiero. Infatti lo usa, al contrario, trasformandolo da materia in idea, segnando così in modo netto la sua separazione dalla natura. Sulla scia di queste riflessioni, il pensiero si colloca in un’area distante dalla vitalità primordiale della natura, e il colore, che Montanino preserva isolato e riprodotto nell’infinità di bolle cromatiche, preso nella sua essenza, esprime l’energia e la vitalità primordiale che esso ha in origine. E’come se le puntinature cromatiche, organizzate in stesure piatte, ordinate in più cerchi concentrici, fossero delle emittenti di energia pura, bellezza in sé, che scorre aggregata ad altre emitttenti in un flusso taumaturgico e rigenerante.
Il colore per Montanino ha questo potere, questa positività assoluta che esprime bellezza e vitalità.
Dice l’artista:”Per l’uomo….il colore non è letteralmente vita, ma è la rappresentazione di un’idea-immagine della vita. Il colore subisce questa trasposizione ad opera dell’uomo: da funzione ad espressione, da materia a non materia, da realtà a idea”.
Montanino lo riporta alla sua funzione originaria, e lo rende soggetto assoluto - ed in questo svela tutta la concettualità del suo lavoro – che solo nella combinazione con altri elementi, può determinarsi in un andamento decorativo; un ondeggiante ripetizione che esprime, nell’eccesso, l’appartenenza ai linguaggi contemporanei. Sotto il segno dell’eccesso, ma anche dell’organizzazione e del metodo, si può leggere l’esercizio manuale quotidiano, compiuto da Montanino nella stesura dei colori puri, uno sull’altro: è come una terapia di bellezza, psichedelica, perché abbagliante ed ossessiva, liberatoria, in cui l’artista immerge se stessa; l’utopia pop, rigenerante, di cui vorrebbe inondare il mondo.