home CQF...P come quando fuori...piove  Palazzo Parissi, Monteprandone. A cura di Gloria Gradassi (Intervista pubblicata su catalogo della mostra)


1-	 Come ….? Indica il modo, le procedure mentali e tecniche che determinano la struttura e la superficie del lavoro. 
2-	 Quando…? E’ il tempo, la collocazione rispetto al presente, ai linguaggi, ai percorsi della contemporaneità.
3-	 Fuori…? E’ il rapporto col mondo, che si oppone ad un dentro universale: luoghi mentali e concreti con i quali si cortocircuita la mente dell’artista. 
4-	 Piove….? Qui appare il fuori programma, la “risposta a picche”, o il jolly, un inserimento libero dove l’artista è chiamato ad aggiungere ciò che del suo lavoro non è incluso nei precedenti discorsi. 


1-	Il lavoro comincia frugando nella realtà per trovare delle forme umane che costituiscano un campionario di quotidianità e vita. Dopo aver prosciugate queste figure sistematicamente, restituendone il contorno in negativo, procedo a metterle in relazione al solo colore, ridotto ad elemento sferoidale e aggregato in molteplici combinazioni. E’ un lavoro di composizione, di liberi accostamenti, arbitrari e a volte casuali, ma è anche un lavoro di metodo, precisione e rigore che mira sostanzialmente alla visualizzazione di una dimensione, di uno spazio. 
Lo spazio che m’interessa creare in questo modo, è uno spazio non gerarchico, fluido e privo di centro, circoscritto in una superficie e/o dilatabile nell’ambiente circostante. Un immaginario habitat umano in cui tutto ciò che era lineare viene sostituito con il circolare e il curvilineo. 
Il lavoro nasce manualmente perché per me la componente manuale è il modo più congeniale di sviluppare un’idea. Per cui il colore è posato una goccia sull’altra in modo ridondante e concentrico ad evidenziare la capacità esponenziale e combinatoria  del colore, anche se poi lo stesso procedimento l’ho sviluppato nel digitale, che mi permette un’estendibilità impensabile attraverso la sola manualità. 
L’espansione del modulo della bolla cromatica è metodica ma anche libera, il colore è organizzato, ordinato, ma anche volto a creare composizioni fluttuanti di carattere imprevedibile ed invasivo. 
Uno dei materiali che preferisco è la plastica. Brillante, lucida, compatta, liscia, esprime un’idea di eternità mantenendo intatto un aspetto di familiarità, che gli deriva dall’essere evidentemente uno dei materiali più diffusi nella nostra quotidianità. Amo i materiali che possano rendere un’idea di leggerezza ma che siano nello stesso tempo fisicamente molto presenti. Credo che alla base ci sia la predilezione che ho sempre avuto per la materia, ma che col tempo è divenuta una materia “pulita”, essenziale. 
Faccio largo uso di metacrilati trasparenti, perché la trasparenza mi permette di sovrapporre le immagini alla realtà, di farle vivere sullo sfondo reale. La luce è poi l’elemento attraverso il quale tutto diviene ombra, proiezione, labile confine tra materiale e immateriale. 
Quando invece si tratta di metacrilati colorati è l’aspetto del colore quello che conta, perché, appartenendo al supporto stesso, diviene proprio una componente costitutiva dell’oggetto. Quello delle plastiche colorate è un colore che viene dal dentro del supporto e che possiede una luminescenza particolare. Rende un’idea di purezza del colore che sarebbe impossibile ottenere stendendo il colore su una superficie, perché in tal modo risulterebbe comunque come qualcosa di aggiunto. Per me il colore invece ha un’essenza emotiva ed intellettiva di per sé, che viene esaltata e messa in luce quanto più è proposto e trattato in modo inespressivo, oggettivo. Quanto più il colore viene astratto dalla sua origine organica e viene reso artificiale, tanto più diviene evidente il suo legame o identità col pensiero umano. L’uso arbitrario che gli esseri umani ne fanno e ne hanno fatto nel tempo, il valore culturale, sociale, estetico che di volta in volta gli hanno attribuito, si contrappongono alla vera natura sistemica del colore come codice innato e immutabile. In questa contrapposizione io leggo la differenza tra informazione ed espressione, trasmissione di dati e linguaggio, codice e poesia, natura generica e natura umana. 
Allora il colore per me dice qualcosa sulla dimensione umana e la sovrapposizione dei colori l’uno sull’altro, nell’andamento concentrico che a me piace attribuirgli, contiene un’idea di tridimensionalità, di profondità, di spazio libero dalla costruzione prospettica e razionale.
Quando lavoro su una superficie chiusa, le mie composizioni vogliono essere un’alternativa alla realtà, ed il colore, contesto in cui la figura è immersa, diventa l’elemento che, da solo, sostituisce tutto ciò che circonda l’uomo. Quando invece lavoro su uno spazio aperto, su un ambiente, gli elementi del mio linguaggio vagano e fluttuano nello spazio aggiungendo alla realtà un che di ludico, leggero.
Elemento importante è quello della gestualità fantasmatica che le figure assumono nei confronti di questa dimensione che il colore rappresenta.

2/3 e 4-	La falsificazione, alterazione della realtà o creazione di una realtà parallela, a me sembra, da sempre, l’aspetto più specifico dell’arte, e che assume nella contemporaneità importanza cruciale. Penso che se in un passato ancora recente (o forse ancora attuale), il problema dell’arte fosse evadere la finzione, l’illusione e penetrare la realtà con ogni mezzo, oggi il problema è, dall’interno di questa realtà trovata ed indagata,  insinuare un’altra dimensione/spazio che riesca ad interferire con la realtà. La dilatazione di un’atmosfera magica che si propaghi compromettendo la realtà. Disinnescare, disattivare la coscienza, consapevolezza del mondo, questo secondo me è il problema.  
Il mondo in cui viviamo è dominato dalla conoscenza e coscienza della realtà come mai è stato prima d’ora. Abbiamo raggiunto, rispetto al passato, un enorme livello di analisi di noi stessi e del mondo circostante, a livello scientifico, medico, ambientale, ecc. Siamo sempre e dovunque informati su tutto ciò che succede ovunque e possiamo anche prevedere un gran numero di cose che succederanno in futuro, ma quello che non possiamo mai fare è sfuggire a questo tipo di consapevolezza. Allora io credo che l’arte si possa anche permettere di non occuparsi più di consapevolezza ma del suo contrario. Ovvero stimolare l’abbandono dello stato di vigilanza che caratterizza il modello della nostra società.    
Quello che a me interessa, nel mio lavoro e in quello degli altri, è un tipo di realtà penetrata dall’invenzione. Dalla dimensione fantastica. Dagli accostamenti inediti. Dalla poesia. Dall’arbitrarietà della composizione. Da una bellezza ingenua e ludica che, essendo qualcosa di difficilmente esperibile nella vita reale, diventa non tanto una forma decorativa, quanto un disturbo della percezione o una fantasia del possibile, un’utopia dell’immagine.   
M’interessa dare corpo ad un’atmosfera estetica e fluttuante, una dimensione che non è la realtà ma che si aggiunge, sovrappone ad essa, ed è per questo che prediligo il lavoro sullo spazio reale e in dimensioni ambientali. 
Penso che la componente dell’invenzione, nel senso della libera immaginazione, abbia assunto nell’arte molte forme diverse nel tempo. Alcuni artisti l’hanno anche dissimulata e nascosta coprendola di realtà. Ma io credo che nonostante tutto l’invenzione o trasformazione fantastica della realtà, la trasposizione della realtà in poesia e fantasia, sia sempre stata il vero problema dell’arte, pur manifestandosi in modi diversissimi. 
E alla base io ci vedo, anche se forse non è edificante dirlo, sempre un disinteresse, più o meno latente, più o meno manifesto, un disimpegno nei confronti del mondo. Una sordità e cecità rispetto all’evidenza storica della drammaticità della vita. L’incapacità di assorbire dentro di sè una cultura che, dalla religione alla filosofia, ci parla di un uomo nato male, o con un’implicita ed ineludibile dimensione tragica, che confondendo la vita con la morte, tende alla distruzione e al nulla. Questa ideologia predominante nel mondo culturale può essere evasa solo a patto di far sparire il mondo intorno a sé, il mondo visibile, percepibile, reale per sostituirlo con uno inventato, proprio, non percepibile eppure descrivibile come altrettanto reale.
La matrice di una visione leggera, armoniosa, dominata da una bellezza utopica ed invasiva, forse anche immorale, può emergere solo da un profondissimo distacco privo di cinismo. Uno stato d’incoscienza, un calo di maturità, di senso civico ed intelligenza! Un atto d’intelligenza imporrebbe, infatti, di analizzare, comprendere, contrastare, il crescente emergere della bruttezza e solo una carenza di intelligenza può consentire di occuparsi di una bellezza che non esiste. Di per sé è solo una fantasia, un’immagine astratta, priva di riferimenti. Ma l’arte non è la verità e la bellezza è una bugia macroscopica. E certo è falso, oltrechè irrazionale, visualizzare un mondo ideale, uno spazio ludico, infantilizzato, colorato, vivace, luminoso, armonioso, bello, fluido, sospeso, leggero, trasparente, illusorio, fantastico, brillante, nuovo in contrapposizione ad uno tragico, triste, minaccioso, decadente, oscuro, deludente, desolante, disperante, vuoto, grigio, vecchio…vero!
Gli artisti che apprezzo di più in assoluto quindi, e al quale mi sento più vicina, almeno nelle intenzioni, sono quelli che riescono ad esprimere questa leggerezza che non è superficialità. Penso che sia più difficile essere significativi, profondi, intensi nella leggerezza, al di là del dolore, della sofferenza, dell’inquietitudine. Trovo che sia una forma di intellettualità che, per la sua ambiguità, riesce a mantenere un non so che di incomprensibile e di anomalo in una società dove tutto è analizzabile e niente è più in grado di stupirci. Non si capisce bene cosa sia l’ironia che non è sarcasmo, il sorriso che, non contenendo nulla di amaro, non diventa ghigno. Essere leggeri senza essere fatui. Senza precipitare in quel non sense che ricondurrebbe, di nuovo, ad una pesantezza celata, ad una teoria che vede solo l’ineluttabilità di un mondo vuoto, e che per me oggi è solo retorica. 
Trovo che l’arte stessa non faccia altro, e da sempre, che mostrare un’alternativa, perché mostra il lato più ottimistico dell’essere umano. La realizzazione di un’identità pienamente umana che mette insieme visione, urgenza, comunicazione, libertà di espressione, significatività, pensiero. L’esistenza stessa dell’arte e la possibilità della creatività umana è una speranza per gli altri, per tutti. Io vedo l’arte come una grande utopia che si rinnova continuamente.